Solo un gioco

Improvvisamente mi viene in mente mia madre. Anni fa stavamo guardando insieme un film dell’orrore, sedute sul divano. Faceva freddo e ci eravamo buttate addosso una coperta, un vecchio plaid a quadri rossi e blu, quando a un certo punto rompendo il silenzio lei mi dice: “Non credo a queste cose”. Nel film una donna riusciva a comunicare con il figlio morto durante una seduta spiritica. “A cosa non credi?” le chiedo. “Non credo che si possa parlare con i morti – dice – i morti sono morti e non vanno disturbati, non bisogna mai provare ad aprire quella porta perché di sicuro chi sta dall’altra parte non è chi pensiamo o desideriamo noi”, “E chi?” le chiedo, “Il diavolo”. Il film andava a finire proprio così.

Mi viene in mente proprio adesso, mentre Lorena e Giulia stanno disponendo le candele sul pavimento e Sara sta sistemando la tavola Ouija. “Che ci faccio qui?” vorrei gridarlo ma non posso, allora lo urlo dentro di me, così forte da sentire la mia voce rimbombare dentro la pancia. Insomma io non volevo farlo, ero contraria fin dal principio, invece mi sono lasciata trascinare senza dire una parola in questa scuola elementare abbandonata dove molti anni fa un’insegnante si è tolta la vita impiccandosi in classe, davanti a una ventina di bambini di quarta elementare. Un fatto assurdo, tragico, senza precedenti.

La scuola.

Abbiamo perso una scommessa, o qualcosa del genere, ecco perché siamo qui. Qualche sera fa siamo state a una festa, a casa di un ragazzo che piace a Sara, Nicola, uno che secondo me non ci sta tanto con la testa ma lei ne sembra ossessionata. A fine serata eravamo seduti attorno a un tavolo, in giardino, il deejay aveva abbassato la musica per far capire alla gente che era ora di andare via, quando tutto è cominciato. Al tavolo c’eravamo noi quattro, Nicola e qualche altro suo amico. Non ricordo chi l’abbia proposto, forse Nicola, comunque a un certo punto abbiamo cominciato a giocare a obbligo o verità. Lo so, una vera cazzata, lo sanno tutti che è un gioco stupido, che si finisce sempre per litigare, rovinare storie, amicizie, etc etc etc.

Dopo la fase di riscaldamento sono arrivate le domande pesanti, tutte legate al sesso ovviamente, e siccome il bersaglio eravamo noi ragazze abbiamo cominciato a rispondere obbligo ma le cose sono peggiorate, perché ben presto anche quello che ci chiedevano di fare ha smesso di essere divertente. O forse ricordo male io, forse ripensandoci ero l’unica a sentirsi a disagio, perché non mi pare che abbiano dovuto insistere molto con Lorena per farle togliere il reggiseno e sollevarsi la maglietta, o con Giulia per farle abbassare i jeans e mostrate gli slip. Comunque, avremmo dovuto fermarci all’immancabile bacio lesbo tra me e Sara, ricominciare a rispondere verità o meglio ancora, andarcene. Invece…

“Obbligo”, “Giulia ci ha fatto vedere gli slip, tu facci vedere quello che c’è sotto”, “Scordatelo”, “E’ il gioco”, “Non me ne frega niente”, “Allora vi tocca una penitenza che farete tutte insieme, ma dubito che avrete il coraggio di accettare”, “Scommettiamo?”.

Ed eccoci qui, sedute su una coperta al centro dell’aula, con le gambe incrociate, a formare un quadrato attorno alla tavola. Teniamo tutte una mano poggiata sull’indicatore, dietro di noi c’è il cellulare di Sara in modalità REC, perché ovviamente i nostri aguzzini esigono una prova del compitino svolto.

“Maestra Manai può sentirci?”. La voce di Sara rimbomba nel silenzio e ci fa sobbalzare. Ci guardiamo negli occhi, tutte e quattro, ridiamo forse per scacciare la paura, poi Sara va avanti. “Eliana, sappiamo che è qui in questo edificio, che non se n’è mai andata”. Pausa. Mi guardo attorno. Non credevo sarebbe stato così semplice entrare, porte e finestre al piano terra sono sigillate con pannelli di compensato ma c’è una finestra sul retro che è stata forzata, probabilmente è così da tanti anni, e si apre facilmente. Immagino che ci sia un sacco di gente che viene qui la sera, chi a fare sesso, chi a fumare, bere. Mi domando quante sedute spiritiche ci abbiano fatto, se altri siano stati in quest’aula o l’abbiano volutamente evitata perché è proprio quella dove la maestra si è tolta la vita.

I banchi e le sedie sono ammassati in fondo alla stanza, dal lato opposto c’è il punto in cui si è impiccata, a pochi passi alla lavagna. E’ proprio davanti ai miei occhi, mi sembra quasi di vederla penzolare nella penombra, di sentire le grida e i pianti dei bambini terrorizzati. Nessuno è mai riuscito a spiegare quel gesto: poco dopo le 8.30, quando tutti i bambini erano seduti al loro posto e aprivano libri e quaderni, Eliana Manai aveva tirato fuori dalla sua grande borsa una lunga corda con un cappio in fondo. Aveva messo una sedia sulla cattedra e con gesti sicuri era salita prima sulla cattedra poi in piedi sulla sedia. Non aveva esitato nemmeno per un secondo come se avesse provato quella scena decine di volte. Pazientemente aveva legato la corda a una trave del soffitto e quando un suo alunno, alzando gli occhi, le aveva chiesto cosa stesse facendo, lei con un sorriso aveva risposto “Solo un gioco”. Poi, si era messa la corda attorno al collo, aveva sussurrato parole che nessuno avrebbe mai decifrato e aveva dato uno scossone alla sedia.

Tavola Ouija

Bum.

“Cos’è stato?”, “Il vento, dai, finiamo questa cosa e andiamocene, quanto dobbiamo stare?”, “Almeno 5 minuti”, “Ah meno male”, “Sara vai avanti dai”.

“Ci sono persone che giurano di averla sentita – continua Sara, parla con gli occhi chiusi – perfino di averla vista camminare per i corridoi”. “Non esagerare!” le intima Lorena. “Ma è vero – risponde – me l’ha detto mio fratello. Da lei vogliamo sapere una cosa, perché l’ha fatto?”.

Sara ripete la stessa tiritera – riesce a sentirci? ci risponda, ci dia un segno – per un po’, e quando alla fine alza le spalle in segno di game over succede qualcosa: l’indicatore comincia a muoversi. Deve essere stata qualcuna di noi, ci guardiamo con stupore misto a paura. “Ragazze non scherzate” dico, ma ma nessuna ammette di aver mosso la freccia. “E allora chi è stato?”.

C-I-A-O-V-I S-T-A-V-O-A-S-P-E-T-T-A-N-D-O

Sara legge il messaggio man mano che si compone sulla tavola poi dice “Non capisco” ed è in quel momento che si volta a guardarmi allarmata: “Daria cos’hai?”. Sembra spaventata, mi accorgo che mi guardano tutte in modo strano. Mi tocco la faccia ma non sento nulla, poi cominciano a gridare. Gridano forte, fortissimo, è insopportabile, mi tappo le orecchie e chiudo gli occhi perché non le sopporto. Poi improvvisamente tutto tace. Aspetto qualche secondo poi lentamente apro gli occhi e mi scopro le orecchie.

Mi accorgo che le mie mani sono umide, sporche, le guardo alla luce debole delle candele, credo sia sangue. Me lo sento dappertutto, sulla faccia sui vestiti, perfino in bocca ho un sapore metallico. Passa qualche secondo prima che mi accorga di loro. Sara è distesa per terra, supina, ha gli occhi sbarrati e la bocca spalancata in un urlo osceno. Mi avvicino per osservarla meglio e mi accorgo che la sua faccia in realtà è spaccata in due all’altezza della bocca, in pratica aperta a metà come una noce di cocco. Mi porto una mano alla bocca ma non urlo, sono stranamente calma, chissà forse sono morta anche io ma non lo so.

Lorena invece è in fondo alla stanza, accasciata davanti alla porta. Mi faccio luce con il cellulare che potrei usare per chiamare la polizia, aiuto, qualcuno, Invece non faccio nulla, mi accovaccio accanto a Lorena e la scuoto un po’, la sua testa dondola poi ricade verso di me così scopro che le manca la fronte, al suo posto c’è un gigantesco buco. In effetti c’è sangue dappertutto, anche sulla porta, che adesso è chiusa anche se ricordo che l’avevamo lasciata aperta.

Mi giro in cerca di Giulia. Eccola, la vedo, anche lei è accovacciata per terra, dall’altro lato dell’aula, sotto la lavagna. Mentre cammino verso di lei mi ricordo del cellulare di Sara che sta registrando. Lo prendo e premo REC per fermare la registrazione, poi mando indietro il video. Riguardo tutto, dall’inizio.

La prima a morire è Sara, in fondo l’ho sempre odiata. Vedo che le infilo entrambe le mani in bocca e faccio forza, lei prova a liberarsi ma io sono più forte (non credevo di essere così forte). Le altre due prima cercano di fermarmi poi spariscono dall’inquadratura anche se si sentono chiaramente le loro grida, probabilmente cercano una via d’uscita ma non ce ne sono. La porta è chiusa e le finestre sbarrate. Quando finalmente la mandibola di Sara si rompe fa proprio stock, lo stesso suono che immagini farebbe una noce di cocco quando la spacchi a metà.

La lascio lì e mi allontano, esco anche io dall’inquadratura ma si capisce che mi dirigo da Lorena perché poco dopo si sente come il rumore di un martello ma più forte, bang bang bang, devo essere io che sbatto la sua testa contro la porta di metallo, quella porta che probabilmente stava cercando di aprire.

In fondo all’inquadratura nel frattempo ho riconosciuto Giulia, che sta provando a forzare uno dei pannelli che chiudono le finestre ma non ne ha né il tempo né la forza. La afferro per i capelli e la scaravento per terra, poi salto su di lei come una tigre con la sua preda. Sono ripresa di spalle perciò non si vede cosa le sto facendo, ma posso intuirlo dal sapore del sangue che sento ancora in bocca. Le sue urla piano piano si placano e il suo corpo smette di contorcersi. Allora mi alzo e torno a sedermi al mio posto, e dopo pochi secondi riapro gli occhi.

Quando alzo la testa vedo che di fronte alla lavagna è comparsa una cattedra, con sopra una sedia e una corda con un cappio che penzola dal soffitto. Mi sembra di sentire la voce della maestra Manai che dice: “Vieni, facciamo un gioco”. Mentre mi avvicino sorrido e penso: “Sì, è solo un gioco”.

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