Il figlio

La sveglia suona alle 6.45. Qualche minuto per aprire gli occhi, altri cinque per prepararsi, un’altra manciata di minuti per uscire di casa, cominciare a incamminarsi, scegliere su Spotify la playlist giusta e intorno alle 7.00 Francesca comincia a correre.

Le piace scivolare per le strade del paese ancora ovattato. L’edicolante la saluta con la mano mentre dal bar, quello che si affaccia sulla piazza della Cattedrale, le arriva il profumo dei croissant non ancora sfornati.

8 km in 40 minuti, da casa fino al mare e ritorno, lo stesso percorso tutti i giorni, tranne il sabato e la domenica.

Il paese.

Sta mentalmente elencando le cose che dovrà fare quella mattina, quando un furgone bianco esce dal parcheggio del supermercato tagliandole la strada e Francesca per un pelo non gli finisce addosso. Lo sportello laterale si spalanca all’improvviso e due braccia la trascinano all’interno scaraventandola sul pavimento. Succede tutto così in fretta che non ha nemmeno il tempo di reagire, nelle orecchie suona ancora Running Up The Hill dei Placebo.

Solo quando è avvolta dal buio Francesca comincia a urlare e a cercare un appiglio ma qualcuno la afferra da dietro tappandole la bocca e impedendole di respirare. Francesca prova a dimenarsi e proprio quando sta perdendo le forze viene gettata con violenza sul pavimento, batte la testa e il buio entra dentro di lei.

Quando riapre gli occhi non è più dentro il furgone ma sul pavimento freddo di una stanza, ha un nastro che le tappa la bocca e polsi e caviglie legati.

Una figura con il volto mascherato le avvicina un coltello alla gola e le slega le caviglie mentre le sussurra che sa dove abita e chi sono i suoi bambini.

Immaginare i loro volti in lacrime è una mano che le afferra lo stomaco e lo stritola facendola urlare di dolore ma è un grido che rimane muto, che nessuno può sentire. Farà tutto quello che lui le dirà di fare se servirà a tornare da loro.

Chiude gli occhi mentre una lacrima le scivola sulla guancia. Pensa alla sua bellissima bambina che balla a piedi nudi in giardino, al suo ometto che per il suo compleanno ha chiesto di festeggiare al Planetario, sotto le stelle. Pensa al prossimo viaggio che faranno insieme, alle ultime parole che ha detto loro prima che si addormentassero, la sera precedente. È stata abbastanza dolce?

Pensa a loro mentre le sfila i pantaloncini e gli slip, mentre le taglia la maglietta e il reggiseno per poi lasciarla lì, nuda e indifesa sul pavimento. Quando apre gli occhi lui è in piedi davanti a lei e la guarda. Poi comincia a spogliarsi.

Tra poco finisce tutto, stai tranquilla, non piangere.

Adesso è sopra di lei.

Tra poco finisce tutto, stai tranquilla, non piangere.

La annusa e la tocca, con frenesia. La lecca e la esplora con ingordigia, come un affamato.

Tra poco finisce tutto, stai tranquilla, non piangere.

La violenta e quando ha finito ricomincia e mentre è sopra di lei le chiede se le piace, se è bravo.

Ma lei non può rispondere perché ha la bocca tappata, così lui le strappa via il nastro adesivo affinché lei possa rispondergli che sì, le piace, che lui è bravo, il migliore.

E quando finalmente si stacca da lei le urla in faccia tutta la sua rabbia.

“E’ tutta colpa tua, guarda cosa mi hai costretto a fare. Sono mesi che aspetto che tu ti accorga di me, capisci? Mesi. Ti sei portata a letto chiunque, credi che non lo sappia? Ti ho seguito, ti ho visto. Tu a scopare al piano di sopra e i tuoi figli in salotto con tua madre a guardare la tv. Ho aspettato il mio turno ma non arrivava mai perché la verità è che per te io sono invisibile… e alla fine ti sei portata a letto mio padre – ride – troia puttana”.

“Ti prego…”.

“Zitta”.

La colpisce con calci alla pancia e alle gambe, poi le mette le mani attorno al collo e stringe, sta per soffocarla quando si ferma e le dà uno schiaffo così forte da spaccarle il labbro e lasciarla priva di sensi.

Prima ancora di riaprire gli occhi sente la sua voce. Sbatte le palpebre e gira la testa nella sua direzione. Capisce di essere dentro un garage, la saracinesca è sollevata di un metro circa e Francesca lo vede camminare avanti e indietro. Sta parlando al telefono. Si sforza di ricordare quella voce. Chi sei?

Ringraziando il suo passato da ginnasta riporta davanti le braccia che sono legate dietro la schiena, facendole passare sotto il sedere, poi striscia verso il coltello che lui ha lasciato per terra, poco distante da lei. Lo impugna saldamente e si alza in piedi. Si avvicina alla serranda e aspetta, lui sta ancora parlando.

“No non è morta, solo svenuta. Certo che sono sicuro, respira. Cosa? No, non mi ha riconosciuto. Certo che sono sicuro. No, non voglio farlo. Ovvio che la stanno cercando tutti. No, non era questo il piano. No, non lo faccio. Fallo tu se vuoi”.

Quando rientra, strisciando sotto la cancellata semiaperta, Francesca lo colpisce alle spalle con tutta la forza che ha. E quando lui si accascia sul pavimento gli sale a cavalcioni sulla schiena e lo colpisce ancora, ancora e ancora.

Ormai è immobile da qualche minuto quando Francesca usa la forza che le è rimasta per girarlo e metterlo supino. Non indossa più la maschera eppure inizialmente, nella penombra, a vederlo così con gli occhi chiusi, Francesca non lo riconosce. Poi nella sua testa si accende una lampadina e mormora: “Giacomo”.

Suo padre è il proprietario del bar che dà sulla piazza della Cattedrale, Cristiano. Ci è andata a letto qualche volta, poi ha smesso di rispondere ai suoi messaggi e alle sue telefonate, le aveva detto che aveva perso la testa per lei, era diventato insistente. Francesca chiude gli occhi e si lascia andare a un pianto isterico, battendosi i pugni sulla fronte.

Che razza di persona userebbe suo figlio per vendicarsi?

Improvvisamente il ragazzo riapre gli occhi ma Francesca è più veloce e Giacomo fa appena in tempo a vedere la lama scendere rapida dall’alto per conficcarsi all’altezza del cuore. Francesca lo lascia così, con gli occhi pieni di stupore e il coltello infilato nel petto fino all’impugnatura.

Non è finita: Francesca pensa alla minaccia che incombe sui suoi figli con Cristiano ancora libero di fare loro del male. Un urlo di rabbia le sale dal petto, quando il corpo di Giacomo comincia a vibrare.

Francesca gli fruga la tasca posteriore e tira fuori il cellulare. Sul display lampeggia la foto di una donna bionda e il nome MAMMA. Fa scorrere il dito sull’icona verde e si appoggia il telefono sull’orecchio.

“Giacomo, sto arrivando. Tuo padre mi ha chiesto dov’eri, gli ho detto che stai male ma vedrai che tra un po’ ti chiama. Hai capito? Hai poco tempo, Giacomo…”

Francesca chiude la comunicazione e poggia il telefono per terra. Cristiano non poteva essere alla guida del furgone, era al bar quella mattina, ora ricorda di averlo visto dietro il bancone. L’ha perfino salutata con la mano ma lei ha fatto finta di non vederlo.

In quel momento sente un’auto avvicinarsi e poi frenare. Si guarda attorno in cerca dei suoi vestiti, li vede ammucchiati su un tavolo su cui sono poggiati diversi attrezzi da lavoro. Sente uno sportello aprirsi e poi chiudersi rumorosamente. Si infila in fretta i pantaloncini e una t-shirt bianca che trova appesa a un gancio, è sporca e puzza un po’. Un rumore di tacchi si fa sempre più vicino mentre la porta del garage comincia lentamente a sollevarsi. Francesca afferra dal tavolo un attrezzo di ferro lungo che sembra una mazza da golf ma più piccola.

Si apposta accanto alla serranda e aspetta. Quando la donna bionda entra nel garage la prima cosa che vede è il corpo a terra. Nascosta nell’ombra Francesca la segue silenziosa mentre la madre, urlando, si china sul figlio, quindi la colpisce con forza alla testa. E siccome non si fida, la colpisce ancora.

Poi va a prendere il suo telefono, che aveva visto buttato in mezzo ai suoi vestiti, lo accende e rimane a fissare con le lacrime agli occhi la foto dei suoi figli sullo schermo. Quindi cerca un nome in rubrica e lo chiama.

“Mamma…”.

Fine

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